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via crucis in minuscolo a Scampia

Sono tornata a Scampia per registrare voci e suoni d’ambiente. Già consapevole a casa e sul treno che ogni idea decisa e condivisa a tavolino si sarebbe inceppata alle prese con la realtà. Non pensavo che il primo a incepparsi sarebbe stato il mio compagno di viaggio, il registratore.

Avevo quello di scorta, ma meno professionale mentre cercavo di esserlo io con me stessa appena scesa al capolinea della metropolitana venerdì 19 aprile, venerdì santo. Ho pensato per un attimo che tra poco sarebbe stata Pasqua e io sarei arrivata tardi e impreparata anche lì. Invece.

Invece il registratore ha ripreso vita di colpo quando ha incontrato altra vita proprio in mezzo alle Vele, proprio dentro la Vela celeste. Lì è iniziata quella che solo dopo, solo adesso mentre scrivo, posso definire la “via crucisdei bambini, quella che, costretti in quegli immensi sgarrupati edifici, loro compiono ogni giorno per andare a scuola, per fare i servizi in vece dei loro genitori.

Bambini senza possibilità di rifiatarsi, di guardare altro se non i gradini rotti delle scale, i pezzi di ferro a vista, vetri in frantumi, scritte sui muri che sembrano poetiche e lo sono davvero. La poesia è resistenza e coraggio.
Loro lo sono di più, resistenti e coraggiosi.

Sono più di dodici, le loro stazioni, più di quelle del popolo cattolico in cammino di dolore, morte, resurrezione. Le ho fatte con loro e con le volontarie dell’associazione “L’albero delle storie“, ludoteca e area verde create da Davide Cerullo, avamposto di infanzia ordinaria che pare straordinaria. Le ho fatte per andarli a prendere e soprattutto riaccompagnarli dopo il gioco.

Nella prima stazione, Pasquale cade e chiede di essere preso in braccio: lui è chiatto chiatto, io magra magra… Pasquale, scordati ‘sta richiesta, lo vedi anche tu che è impossibile da realizzare. E Pasquale continua a salire. Lui e gli altri piccoli che tornano con noi dal pomeriggio passato insieme in uno spazio e un tempo colorati e puliti.
Pasquale, farei un ascensore solo per te, per non farti faticare, perché quei gradini sono troppo alti e brutti e rotti per un bambino e per qualsiasi adulto con un cuore. Il mio è a rischio infarto.

Nella seconda stazione incontriamo la madre di Lucia, che ringrazio di esistere per il fatto che esiste Lucia, piccola e forte. Si lamenta solo dei capelli che sulla fronte sono stati tagliati male e le vanno a finire sugli occhi: cresceranno insieme a te e la coda la faremo meglio, la prossima volta.

Anna è la bambina grande, ha undici anni e da poco frequenta la ludoteca dove gioca, impara, è felice, lo dice lei stessa e a me viene il magone, anzi mi si arravoglia lo stomaco, si dice così?, a sentire la sua felicità per poco, che è tantissimo. Lei aiuta a portare la croce nella sua famiglia e non vorrebbe crescere ancora.

Quando qualcuno è stanco, Angelina la volontaria si ferma, ci parla, asciuga la fatica dei piccoli, io li incoraggio con una forza e fiducia che non pensavo di avere. Anche la mia voce mi sembra diversa e le gambe vanno avanti, Pasquale è con me.

Poi lui si ferma di nuovo, ci fermiamo, quinta sosta. Ritenta allora il gesto delle braccia e io lo guardo mettendomelo dentro alla nostra fatica, al mio grembo che ora potrebbe allargarsi a dismisura d’amore per loro che con le piccole gambe si stanno arrampicando in vetta, perfino sopra i desideri che ancora non sanno di avere. Comunque no, Pachi, niente “in braccio”, si ricomincia a salire.

Di ballatoio in ballatoio, di rampa di scale in rampa incontriamo alcune donne. La mamma di una bambina che al pomeriggio non l’ha accompagnata alla ludoteca si fa appena intravedere la sera. “E’ così importante che capiscano la loro responsabilità di madri”. Davide pare non stancarsi mai di ricordare a mamme e bambini di fare le mamme e di fare i bambini: la ludoteca che ha creato è lì per questo, a pochi passi dalle Vele.

Cade Marianna, che mi tiene la mano e cadiamo anche noi, siamo stanche Angelina e io, un po’ affannate, anche affamate. Le bambine ci fanno coraggio.

Ci togliamo la giacca ché sudiamo con questa primavera all’improvviso violenta. I bambini devono essere tutti puliti e vestiti in modo decoroso: è importante, perché togliere anche a loro pezzetti di dignità?

Perché inchiodarli a una croce che pare una condanna senza appello, un grido non ascoltato, un lamento che non esce più dalla bocca di Pasquale, già rassegnato a fare tutti i suoi gradini per tornare a casa o a non farli più?

Perché rischiare di finire come quel giovane papà che vedo sopra la lavatrice rotta, piegato in due dalla roba che fa rima con la noia? Con la figlia che lo chiama e lui che non riesce a entrare nel suo sguardo implorante attenzioni? Quella la sua croce, una lavatrice rotta sotto il sedere.

Sarà sua figlia di cinque anni a toglierlo da lì, ogni volta che chiamerà il suo nome più forte, ogni volta che riuscirà a entrare nel suo sguardo, sempre più a fatica, ogni volta che riuscirà a credere di avere un padre, anche se non fosse lui. … Un abbraccio che protegge, uno sguardo che parte per primo e guida lontano.

Siamo arrivati.
Siamo arrivati davanti alle case dei bambini, li salutiamo.
Sono loro ad augurarci buona Pasqua, a sapere che prima o poi risorgeranno. 

Passeranno più di tre giorni. Ed è una colpa e una responsabilità. 

 

 

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