Neve, biscotti e lieto fine
I film buoni di Natale che tanto ci piacciono sono quelli con le trame tutte uguali: giovane donna in carriera fa ritorno al suo paese natale – forse sta qui, nel nome, il primo indizio – su richiesta di studio legale, casa editrice, multinazionale, insomma datore di lavoro impegnativo a cui a fine film sarà preferito lo chalet di famiglia, il negozio che ripara giocattoli, il forno di zona previo incontro con il ritrovato amore dei tempi di scuola, di solito un bel ragazzone dai valori bucolici intatti.
Sono quelli di una storia che si ripete all’infinito, uguale a sé stessa e per questo rassicurante come una tazza di cioccolato calda in mezzo alla neve o davanti al camino.
I film romantici di Natale ci piacciono perché qui, davanti allo schermo su cui scriviamo e leggiamo, possiamo riderne e deriderli perfino ma soprattutto perché davanti allo schermo in cui li vediamo possiamo ranicchiarci nella nostra intimità adolescenziale e sognare la fiaba che già conosciamo, quella che nella vita non ci accadrà mai perché già non è accaduta. E come la fiaba per i piccoli, anche della storia romantica nel paesino sperduto dell’Ohio non ci stanchiamo mai, in un meccanismo di dipendenza e ripetizione che alimenta il nostro bisogno di tranquillità e prevedibilità. Poi suona il telefono, il citofono, il ragazzino vuole uscire, l’amica ti passa a trovare, il marito torna con la spesa, ricompare il lavoro, si spezza l’incanto.
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Elogio dell’imprevisto (o forse no). Neve, biscotti e lieto fine: il film di Natale romantico
